La Commissione Ue dice no al “reverse charge”. Italia rischia buco da 700mln, ma il Mef garantisce: nessun aumento accise

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Niet della Commissione Ue alla richiesta italiana di estendere la “reverse charge” dell’Iva alla grande distribuzione. La norma, inserita nella legge di stabilità 2015, eliminerebbe la detrazione dell’Iva sugli acquisti, ma secondo la Commissione non è in linea con la direttiva Ue sull’Imposta sul valore aggiunto e “non c’è prova sufficiente che la misura richiesta contribuirebbe a combattere le frodi”. Secondo la portavoce del commissario alla fiscalità Pierre Moscovici questa norma “implicherebbe elevati rischi di spostamento delle frodi al settore del commercio al dettaglio e ad altri Stati”. Inoltre, si legge in una nota inviata al Consiglio Ue, “le autorità italiane non hanno dimostrato” che per il tipo di merci in questione sia impossibile fare un controllo attraverso i mezzi convenzionali, circostanza che avrebbe giustificato la necessità di attuazione del “reverse charge”. La bocciatura dell’Ue crea un “buco” di 728 milioni, ma il ministero dell’Economia ha subito chiarito che non sarà coperto dalle “clausole di salvaguardia”, che prevedono l’aumento delle accise sui carburanti a partire da giugno. Il governo italiano ora ha la possibilità di riformulare la norma, seguendo le indicazioni della Commissione, comunque con “il fermo impegno a non far scattare le clausole di salvaguardia”. Per il nostro Paese, però un’altra norma è in bilico: si tratta dello split payment, ancora in fase di analisi da parte dell’Ue che in caso di bocciatura costerebbe altri 998 milioni di euro, per un totale di circa 1,7 miliardi.

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