Protezione del Made in: all’Ambasciata svizzera incontro su strategie e differenze tra Italia e Confederazione elvetica
in Varie
Migliorare la protezione della designazione “Svizzera” dei prodotti e dell’utilizzo del marchio con la bandiera con la croce bianca in campo rosso da apporre sui beni provenienti dalla Confederazione. Sono due degli obiettivi principali della nuova legge sulla “Swissness” presentata ieri all’ambasciata svizzera di Roma da Felix Addor, vicedirettore dell’Istituto federale della proprietà intellettuale. I contenuti del provvedimento che dovrebbe entrare in vigore a partire dal primo gennaio 2017, sono stati illustrati durante il convegno “Sfide e opportunità della protezione dei marchi”. La proposta di legge, ha spiegato Addor, prevede criteri per una definizione più precisa della provenienza geografica di un prodotto o di un servizio e stabilisce anche “quanta Svizzera” dev’essere contenuta in essi affinché possa essere utilizzata la dicitura Swiss Made. In particolare, ha spiegato il vicedirettore, il testo prevede criteri e percentuali di “svizzeritudine” diversi a seconda che si faccia riferimento a prodotti naturali trasformati, a prodotti industriali o a servizi. Per quanto riguarda questi ultimi, i criteri che andranno rispettati affinché i servizi resi da un’azienda possano essere designati come svizzeri sono che l’impresa abbia sede legale e un centro amministrativo nel territorio della Confederazione. In riferimento ai prodotti trasformati, almeno l’80% delle materie prime utilizzate dovrà essere svizzero (100% per i prodotti caseari). Percentuale che però potrà variare se alcune delle materie da utilizzare sono irreperibili nei 4 Cantoni. Per i prodotti industriali, almeno il 60% dei costi di produzione deve essere generato in Svizzera (il calcolo può includere anche i costi per la ricerca e lo sviluppo) e almeno una fase essenziale del processo di produzione deve avere luogo sul territorio elevetico. Anche in questo caso valgono le eccezioni per le materie prime valide per i cibi. In rappresentanza dell’Italia è intervenuta la dirigente del ministero dello Sviluppo economico Francesca Cappiello (Direzione generale per la lotta alla contraffazione – Ufficio italiano brevetti e marchi) che ha brevemente riassunto la situazione italiana in materia di protezione dei marchi. Ricordando come – a differenza della Svizzera – il nostro Paese debba fare i conti con le disposizioni comunitarie sulla protezione del Made in e come, in questo momento, il dibattito sull’etichetta di origine obbligatoria in Europa sia bloccato a Bruxelles, la Cappiello ha ammesso che “grandi speranze” erano state poste in questo senso nel semestre di presidenza italiana, ma nessun passo avanti è stato fatto. La dirigente del Mise ha poi sottolineato l’importanza di difendere il manifatturiero italiano – che nonostante la crisi ha consentito al nostro Paese di rimanere ai vertici mondiali del settore – e ha ricordato le iniziative messe in campo dal ministero per il sostegno dei prodotti Made in. Nello specifico, la Cappiello ha parlato del Piano straordinario Made in Italy da 260 milioni (di cui 220 dalla Stabilità 2015) che tra le altre cose avrà il compito di ampliare il numero delle imprese, in particolare le piccole e medie, che operano sul mercato globale. Il convegno si è chiuso con una tavola rotonda sul tema “Swiss Made/Made in Italy. Sfide e opportunità della protezione dei marchi” al quale hanno preso parte Jean Daniel Pasche, presidente della Federazione dell’industria orologiera svizzera, Murielle Vincenti del gruppo Prada, Giovanna Frova, amministratore delegato della Switzerland Cheese Marketing Italia, e Claudio Marenzi, presidente della Federazione Sistema moda italia.
