Il Paese nel pallone: crisi e tentativi di riforma del sistema calcio

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Il Paese nel pallone. Tra crisi e tentativi di riforma del sistema calcio

Sono passati più di dodici anni dall’ultima partita giocata dall’Italia in un Mondiale. Era il 24 giugno 2014, a Natal, quando un colpo di testa di Diego Godín eliminò la Nazionale dal torneo brasiliano. Da allora l’Italia ha cambiato commissari tecnici, presidenti federali, regole e formule, ha persino vinto un Europeo nel 2021, ma ai Mondiali non è più tornata. Dopo l’eslcusione da Russia 2018 e Qatar 2022, il 31 marzo scorso la sconfitta ai rigori contro la Bosnia-Erzegovina ha lasciato gli Azzurri fuori anche da Stati Uniti, Canada e Messico 2026: per la prima volta nella storia, tre Mondiali consecutivi senza Italia.

Dopo quest’ultima eliminazione si è tornati a parlare di “crisi del calcio italiano”. Lo hanno fatto giornali, commentatori, tecnici, dirigenti e politici. La discussione attraversa oggi almeno tre livelli: Parlamento, governo e Federazione italiana giuoco calcio (FIGC), perché tre eliminazioni consecutive sono difficili da liquidare come una successione di episodi sfortunati. I problemi, del resto, vengono da lontano.

Il calcio professionistico italiano perde oltre 730 milioni di euro all’anno e ha accumulato circa 5,5 miliardi di debiti. Tra le stagioni 1986/87 e 2024/25, 194 società non sono state ammesse ai campionati professionistici per problemi economico-finanziari e negli ultimi tredici anni sono stati inflitti complessivamente 519 punti di penalizzazione. Un’altra questione riguarda il modo in cui i club spendono i soldi generati dalla propria attività. La voce principale sono gli stipendi di calciatori, allenatori e personale, ai quali si aggiungono ammortamenti dei cartellini, commissioni agli agenti, interessi e altri costi finanziari. Secondo la Relazione sullo stato di salute del calcio italiano del 2026 pubblicata dalla FIGC, in Serie A il solo costo del lavoro assorbe circa il 52% del valore prodotto dalle società. In Serie B si arriva all’82%, in Serie C all’89%. Significa che nelle categorie inferiori quasi tutto ciò che una società incassa serve già solo a pagare il personale. Rimane poco per impianti, settore giovanile, amministrazione e investimenti e, soprattutto, pochissimo margine per assorbire una retrocessione o una stagione andata male.

Negli ultimi cinque anni l’incidenza del costo del personale si è attenuata in Serie A, mentre in Serie B è passata dal 55 all’82%

A livello europeo, il comparto calcistico nel suo complesso non è affatto in recessione. L’ultimo European Club Finance and Investment Landscape della UEFA stima che nel 2025 i ricavi dei club delle prime divisioni abbiano superato per la prima volta i 30 miliardi di euro, dopo i 28,6 miliardi del 2024. Crescono ricavi commerciali, incassi dagli stadi, televisioni e premi UEFA (l’Unione delle associazioni calcistiche europee), e a fronte di una produzione sempre maggiore di denaro, aumentano anche le spese. Il caso italiano si inserisce quindi in un problema più generale di sostenibilità del calcio europeo, con alcune fragilità specifiche: categorie inferiori economicamente precarie, poco spazio per i giovani e stadi vecchi.

Una riforma che torna sempre

Parlare oggi di “riforma del calcio”, però, potrebbe far pensare che tutto sia iniziato dopo la sconfitta con la Bosnia del 31 marzo scorso. Non è così. Il calcio italiano prova a cambiare da anni. Un primo passaggio è stato la riforma dello sport avviata con la legge delega 86/2019 e attuata attraverso i decreti legislativi del 2021, poi più volte corretti. Non si tratta, va precisato, di una riforma tecnica del calcio, ma di un intervento sull’ordinamento sportivo nel suo complesso. Tra le principali novità, è prevista una disciplina più chiara del lavoro sportivo, nuove tutele previdenziali e assicurative, interventi sul vincolo degli atleti ai club a cui sono tesserati, sugli agenti e sul funzionamento di associazioni e società.

Il tentativo era soprattutto quello di riconoscere maggiori diritti a chi lavora nello sport, anche nel dilettantismo. Ma proprio i maggiori costi e gli adempimenti richiesti alle società più piccole hanno imposto rinvii, semplificazioni e correttivi. Nel 2021 fu la FIGC a provare a occuparsene direttamente. L’allora presidente Gabriele Gravina presentò un progetto di riforma dei campionati che partiva da due principi: sostenibilità e stabilità. L’idea era ridurre progressivamente il numero delle società professionistiche, ripensare promozioni e retrocessioni e rendere meno traumatico il passaggio da una categoria all’altra. Il progetto, però, non arrivò alla trasformazione immaginata.

Il tema tornò allora nel 2024 con un nuovo tavolo federale e un Piano strategico del sistema calcio. Ma anche allora emerse il problema di fondo: Serie A, Serie B, Lega Pro, dilettanti, calciatori e allenatori non hanno sempre gli stessi interessi. Basti pensare che uno dei punti più discussi fu il cosiddetto “diritto d’intesa”. Un’espressione burocratica che sta a significare, più semplicemente, che sulle decisioni che riguardano direttamente la Serie A, la FIGC deve trovare un accordo con la Lega del massimo campionato, ovvero l’associazione della quale fanno parte le società che partecipano alla Serie A. Per il massimo campionato significa più autonomia, per le altre componenti significa attribuire al soggetto economicamente più forte un peso maggiore nelle decisioni federali. La modifica è poi effettivamente entrata nello Statuto FIGC. Nel novembre 2024, l’Assemblea ha aumentato dal 12 al 18% il peso della Serie A nella rappresentanza federale, ha portato i suoi consiglieri da tre a quattro e le ha riconosciuto una forma di “intesa forte” sulle questioni di propria esclusiva competenza. La riforma fu approvata, anche se la stessa Lega Serie A la giudicò insufficiente. Il risultato ha portato anche un paradosso: aumentando l’autonomia delle Leghe è diventato più difficile imporre dall’alto alcune delle riforme più discusse, come la riduzione delle squadre nei campionati professionistici.

Sempre nel 2024 il Parlamento è intervenuto sui controlli dei conti delle società, istituendo una Commissione indipendente per verificare l’equilibrio economico-finanziario dei club professionistici.

È stata una scelta molto discussa perché rafforzava il ruolo dello Stato in un ambito fino ad allora gestito soprattutto dagli organismi sportivi. La Commissione non è entrata però subito pienamente a regime. Nel 2025 ne sono stati rivisti alcuni aspetti organizzativi e la piena autonomia nella gestione delle spese è stata rinviata al 2026, ritardandone l’avvio dei lavori. In questo contesto si inserisce l’Affare assegnato n. 373 del Senato sulle prospettive di riforma del calcio italiano (ovvero un’indagine conoscitiva affidata a una commissione parlamentare, in questo caso la Cultura, affinché lo analizzi) avviato nel 2024. Dopo mesi di audizioni, il 5 marzo 2025 la 7ª commissione ha approvato una risoluzione che chiedeva di superare la logica degli interventi emergenziali e affrontare insieme sostenibilità economica, governance, infrastrutture, giovani e competitività.

Il documento ha chiuso formalmente l’indagine parlamentare, ma non ha prodotto automaticamente una riforma, contenendo indirizzi rivolti al governo e alle istituzioni sportive, che avrebbero dovuto essere tradotti in interventi successivi. Tanto che, un anno dopo, il Senato è tornato a chiedere conto di quanto fosse stato effettivamente realizzato.

Ad aprile 2026 il ministro dello Sport Andrea Abodi è stato ascoltato dalla stessa commissione proprio sullo stato di attuazione della risoluzione, ma, ad un anno dall’approvazione della risoluzione, molte di quelle questioni erano ancora aperte.

Il calcio italiano è arrivato allo stato di crisi attuale non senza aver provato a cambiare, ma dopo una lunga sequenza di riforme generali, correzioni, tavoli federali e atti parlamentari che hanno individuato più volte gli stessi problemi senza riuscire ad affrontarli in una riforma organica. È anche da questo percorso, e dalla risoluzione del Senato in particolare, che nasceranno alcuni dei disegni di legge presentati nei mesi successivi.

Quattro proposte per un solo calcio

Il 2 aprile scorso, dopo la terza eliminazione consecutiva dai Mondiali, Gravina si è dimesso dalla presidenza della FIGC e il 22 giugno è stato eletto al suo posto Giovanni Malagò, ex presidente del Coni (Comitato olimpico nazionale italiano), con il 68,58% dei voti.

In una delle sue prime uscite pubblche, Malagò ha sottolineato la necessità di intervenire sui problemi strutturali del calcio italiano. Parallelamente, in Parlamento sono stati presentati quattro disegni di legge.

  • Il primo è il ddl S. 1902 del senatore Paolo Marcheschi di Fratelli d’Italia, presentato il 14 maggio. È il testo più specificamente dedicato al calcio e parte da tre obiettivi: trovare nuove entrate, ridurre i costi e valorizzare i vivai. Propone quindi di cambiare i criteri di distribuzione dei diritti televisivi, destinare una quota delle scommesse al calcio, porre limiti ai compensi degli agenti, incentivare l’utilizzo dei giovani, ridurre il numero delle società professionistiche e introdurre nuove garanzie per il calciomercato.
  • Il ddl S. 1973 del leghista Andrea Paganella ha un perimetro più ampio e riguarda l’intero sistema sportivo. Prevede, tra le altre cose, un Fondo per lo sport di base e giovanile, interventi sugli impianti, misure per scuola e università e disposizioni su scommesse, controlli e trasparenza. Il calcio è quindi una parte importante del testo, ma non l’unica.
  • Diverso ancora è il ddl S. 1980 di Luca Pirondini del Movimento 5 Stelle, che delega il governo a riordinare complessivamente la normativa calcistica. Contiene inoltre una scelta politica netta sul gioco d’azzardo, rafforzando il divieto di pubblicità e sponsorizzazione delle scommesse nello sport previsto dall’articolo 9 del decreto cosiddetto dignitià approvato nel 2018, quando il M5S era al governo.
  • Infine, il 27 luglio Francesco Boccia ha depositato il ddl con disposizioni per il rilancio del sistema calcio italiano (S. 1982), firmato da tutti i senatori del Partito Democratico, di cui Boccia è capogruppo. Al momento il testo non è stato ancora assegnato e non fa parte dell’esame congiunto avviato dalla 7ª commissione sui ddl Marcheschi, Paganella e Pirondini.

Non esiste quindi, almeno per ora, “la” riforma del calcio. Esistono più proposte che partono da una diagnosi simile e potrebbero nel corso dell’iter essere modificate, accorpate o trasformate in un testo unico, come ha proposto di fare il presidente del gruppo di lavoro Roberto Marti (Lega), con l’auspicio di arrivare a un testo condiviso. Nell’ambito dell’esame congiunto, la commissione ha inoltre ascoltato il neo eletto presidente della FIGC Giovanni Malagò, che ha ribadito la necessità di intervenire attraverso una riforma complessiva del sistema calcistico, per affrontarne in maniera organica le principali criticità. Alla luce dei numerosi spunti emersi durante l’audizione, è già previsto un nuovo confronto con Malagò a settembre, alla ripresa dei lavori parlamentari. Sullo sfondo rimane anche la possibilità di un intervento diretto del governo, considerato il ruolo che il ministro dello Sport Andrea Abodi ha avuto nel dibattito degli ultimi anni.

Dove vanno i soldi

Il ddl Marcheschi permette di capire quali siano alcuni dei nodi principali. Il primo sono i diritti televisivi. Il testo propone che almeno il 15% delle risorse venga distribuito attraverso nuovi “parametri di valorizzazione e sostenibilità”: metà sulla base del lavoro svolto nei settori giovanili, il 30% sulla solidità economica dei club, il 10% sull’utilizzo di calciatori formati in Italia e il restante 10% sulla qualità delle infrastrutture. Un’ulteriore quota di almeno il 5% dovrebbe premiare le società che chiudono in utile o pareggio per almeno tre anni consecutivi. Tradotto: una parte dei soldi della televisione non dipenderebbe più soltanto dai risultati, dal pubblico e dall’audience perché un club avrebbe interessi economici diretti a comportarsi in modo più virtuoso. Scelte non più lasciata, dunque, alla lungimiranza – o buona volontà – delle società.

Tra i potenziali rischi delle misure previste, i club economicamente più forti partirebbero già avvantaggiati, perché hanno maggiori possibilità di strutturare un vivaio competitivo, intervenire sugli impianti e mantenere bilanci più solidi.

Più acceso è stato il dibattito sulle scommesse. La proposta di Marcheschi prevede che dal 1° gennaio 2027 i concessionari versino alla FIGC il 2% dei ricavi delle scommesse relative al calcio italiano. Almeno metà delle risorse andrebbe a vivai, formazione e impianti, il 30% alla prevenzione della ludopatia e il restante 20% al calcio femminile e alle scuole calcio dilettantistiche. Il principio ricorda la cosidetta quota Totocalcio, una vecchia imposta introdotta alla fine degli anni ‘90 che prevedeva che chi guadagnava economicamente dal calcio doveva restituire una parte di quei soldi al sistema che produceva lo spettacolo su cui si scommetteva.

Un calcio che produce poco

Come anticipato, una parte consistente della spesa riguarda stipendi e cartellini, ma tra le voci della spesa pesano anche commissioni agli agenti (spesso molto onerose), interessi e costi finanziari. Il ddl Marcheschi propone quindi un tetto ai compensi dei procuratori: il 5% della retribuzione del calciatore se è quest’ultimo a pagare l’agente, il 7% se paga il club e il 5% del valore dell’operazione in determinate cessioni definitive. Il testo prova poi a rendere meno fragile il mercato interno. Nelle cessioni tra società italiane introduce il cosiddetto reverse charge IVA: anziché essere il club venditore a incassare l’IVA dall’acquirente e poi versarla allo Stato, l’imposta viene contabilizzata direttamente dall’acquirente.

Tutto ciò per evitare che grandi flussi di IVA passino temporaneamente dalle casse dei club, riducendo problemi di liquidità e rischi di mancato versamento. È previsto inoltre un Fondo di garanzia presso l’Istituto per il Credito Sportivo: se una società compra un calciatore da un’altra società italiana e poi non paga, il Fondo anticiperebbe il credito al club venditore e proverebbe successivamente a recuperarlo dall’inadempiente. Si tratta di un problema piuttosto frequente, il calcio italiano infatti ha una lunga storia di società escluse o fallite lasciando debiti e crediti ancora aperti. Considerando poi che, nell’attuale mercato, i trasferimenti vengono spesso pagati in più anni, la crisi di un club può quindi finire nei bilanci di altri.

Ancora più impattante è la proposta sul numero delle squadre. La proposta di FdI fissa a 80 il numero massimo complessivo dei club professionistici tra Serie A, Serie B e Serie C, lasciando alla FIGC il compito di stabilire come ridurli. È una discussione che il calcio italiano porta avanti da anni con l’obiettivo di evitare che si creino eccessive disparità tra una categoria e l’altra. In questo caso, però, i numeri rischiano di scontrarsi con la realtà sociale e culturale del Paese. La Serie C, ad esempio, è composta da molte società di città medie e piccole nelle quali la squadra professionistica ha un forte valore sociale e identitario. Rendere più sostenibile la piramide potrebbe significare anche restringerla. Ma è innegabile che una domanda si impone sullo sfondo di questa discussione: quante società professionistiche può davvero sostenere il calcio italiano? E, soprattutto, quale livello produce poi questo sistema? Pensiamo ad esempio ai giovani, un altro grande classico delle discussioni successive alle sconfitte della Nazionale (e non solo). I dati sono effettivamente poco incoraggianti. Nel 2025 la Serie A è stata penultima tra cinquanta campionati analizzati dall’osservatorio calcistico Cies per minuti concessi agli Under 21 eleggibili per la Nazionale del proprio Paese: appena l’1,9%. In Ligue 1 erano il 7,8%. Anche la Premier League, lega dove storicamente giocano calciatori proveniente da tutto il mondo, arrivava al 2,4%. Un dato che secondo alcuni è dovuto alla forte presenza di calciatori stranieri nel nostro campionato, che in Serie A rappresentano circa il 70% degli atleti, ma in Premier League la percentuale è persino più alta. Secondo altri commentatori il problema sta nell’incapacità del sistema di formare giocatori abbastanza forti da conquistarsi spazio ad alto livello.

Un apparente paradosso del sistema calcistico italiano è che, nonostante i pochi minuti giocati nella massima serie, le Nazionali giovanili ottengono risultati migliori rispetto alla Nazionale maggiore: negli ultimi anni hanno raggiunto numerose fasi finali internazionali e nel 2024 l’Italia ha vinto per la prima volta l’Europeo Under 17. Quindi il problema sembra essere nel passaggio tra settore giovanile e calcio professionistico.

Il ddl di Marcheschi prova a intervenire anche qui (perlomeno sugli aspetti “quantitativi” della questione giovanile). Per alcuni calciatori tra 18 e 23 anni cresciuti nei vivai italiani riduce del 30% i contributi previdenziali per i primi cinque anni: in pratica, per un club diventerebbe meno costoso mettere sotto contratto un giovane formato in Italia. Prevede inoltre almeno dieci calciatori formati nei club italiani nelle distinte delle squadre Primavera di Serie A e B e, soprattutto, esclude metà dei costi degli italiani Under 23 da alcuni parametri di controllo economico-finanziario, ma solo se il giocatore disputa almeno il 25% dei minuti ufficiali. Comprare un giovane e tenerlo in panchina, quindi, non sarebbe sufficiente per ottenere il vantaggio.

La stessa FIGC ha recentemente avviato un nuovo progetto tecnico rivolto ai bambini, con l’obiettivo di riportare maggiore attenzione sulla tecnica individuale. È però un intervento a lungo termine.

Gli stadi che non cambiano

Tra il 2007 e il 2024 in Europa sono stati costruiti 226 nuovi impianti, per oltre 25 miliardi di euro di investimenti. In Italia soltanto sei: Juventus, Udinese, Frosinone, AlbinoLeffe, Südtirol e Atalanta. Appena l’1% degli investimenti europei del periodo è arrivato nel nostro Paese. Gli stadi utilizzati dal calcio professionistico sono quasi tutti pubblici, solo l’8% appartiene a un ente privato e gli impianti italiani sono mediamente molto più vecchi di quelli dei principali concorrenti europei. Uno stadio moderno genera introiti anche quando non si gioca: ristoranti, musei, negozi, aree hospitality, eventi, sponsorizzazioni e naming rights (cioè i diritti commerciali legati all’associazione del nome dello stadio a uno sponsor).

Il prossimo campionato europeo di calcio, che l’Italia organizzerà nekl 2032 insieme alla Turchia, ha dato al problema una scadenza. Entro il 1° ottobre 2026 la FIGC dovrà individuare gli impianti da sottoporre agli standard della UEFA. Tredici città hanno presentato candidature per sedici stadi. Nel frattempo, è stato nominato un Commissario straordinario, Massimo Sessa, ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, per provare ad accelerare procedure che in passato hanno bloccato o rallentato molti progetti. Il ministro Andrea Abodi, concorde sulla necessità di costruire nuovi stadi nel Paese, ha parlato della possibilità di aprire cinque o sei cantieri tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027

Oltre i prossimi novanta minuti

Oltre ai problemi elencati, esiste anche un nodo politico, su chi deve decidere come cambiare il calcio. La FIGC è autonoma nelle questioni sportive, ma opera dentro l’ordinamento dello Stato. Dentro alla Federazione convivono Leghe con interessi economici diversi, calciatori, allenatori e dilettanti. Fuori dalla Federazione intervengono Parlamento, governo e CONI, mentre sopra tutti ci sono le regole di UEFA e FIFA. Il problema non riguarda soltanto l’Italia. Anche il calcio europeo sta cercando di contenere i costi. La UEFA, ad esempio, ha sostituito progressivamente il vecchio Financial Fair Play con regole più stringenti sulla sostenibilità e soprattutto sulla quota dei ricavi che i club possono spendere per stipendi, cartellini e commissioni agli agenti. La differenza è che i principali concorrenti dell’Italia partono spesso da condizioni migliori, anche se per ragioni diverse. La Premier League dispone di una forza commerciale e televisiva che nessun altro campionato possiede. Secondo un’analisi di Deloitte riportata dalla Gazzetta dello Sport, nelle stagioni 2024/25 e 2025/26, il massimo campionato britannico ha prodotto circa 7 miliardi di sterline (mentre l’Italia, secondo alcune stime, “solo” 3,4 miliardi di sterline). Anche un club inglese di metà classifica può quindi contare su ricavi televisivi difficili da immaginare in Italia. Anche se il modello inglese non è necessariamente più sano: i club continuano a registrare perdite molto elevate, a significare che più soldi non significano automaticamente conti migliori. La Germania parte invece da infrastrutture più adeguate ed avanzate. Nei diciotto anni in cui l’Italia ha costruito sei nuovi stadi, la Germania ne ha realizzati diciannove. Gli impianti sono mediamente più moderni e permettono ai club di produrre più ricavi, come dicevamo, direttamente dallo stadio. Francia e Spagna, invece, mostrano risultati migliori soprattutto sui giovani. Nel 2025, in Ligue 1 gli Under 21 eleggibili per la Nazionale francese hanno giocato quasi quattro volte i minuti concessi agli italiani in Serie A. In Spagna esiste inoltre da decenni il sistema delle seconde squadre inserite nei campionati professionistici, che permette a un ventenne di giocare contro adulti continuando a essere formato dal proprio club. Ognuno di questi campionati presenta comunque delle criticità. Il problema è che l’Italia sembra accumularne contemporaneamente diverse. Tre Mondiali dopo, dunque, il calcio italiano è tornato ancora una volta al punto in cui quasi tutti concordano sulla necessità di cambiare. È già successo. Eppure, il calcio continua a occupare uno spazio che nessun’altra disciplina riesce davvero a sostituire: quasi un milione e mezzo di tesserati, circa il 30% di tutti gli iscritti alle federazioni sportive italiane, ma soprattutto un forte valore sociale e culturale. È per questo che ogni eliminazione della Nazionale ha un valore più elevato più di una semplice sconfitta sportiva. 

 

Consigli di lettura e di visione

  • Nick Hornby, Febbre a 90° – romanzo autobiografico sul tifo e sul rapporto quasi esistenziale tra una persona, una squadra e il calcio. Utile per leggere il pallone come fatto culturale e identitario. Ne è stato fatto anche un film, diretto da David Evans.
  • John Foot, Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia – una storia del calcio italiano intrecciata a quella politica, sociale e culturale del Paese: dai campanilismi agli scandali, passando per presidenti, allenatori, televisioni e trasformazioni economiche.
  • Simon Kuper e Stefan Szymanski, Soccernomics (Calcionomia, trad. it) – un’analisi economica del calcio attraverso dati, trasferimenti, stipendi, risultati sportivi e strategie dei club. Particolarmente utile per approfondire il rapporto, spesso tutt’altro che lineare, tra capacità di spesa e successo.
  • CIES Football Observatory – centro di ricerca specializzato nell’analisi statistica del calcio internazionale. I suoi report permettono di confrontare campionati, club e federazioni su temi come utilizzo dei giovani, formazione dei calciatori, mobilità internazionale e composizione delle rose. Nel caso italiano, è particolarmente utile per leggere il poco spazio concesso in Serie A agli Under 21 eleggibili per la Nazionale.
  • FIGC, ReportCalcio 2025 e Relazione sullo stato di salute del calcio italiano (2026) – il primo offre la fotografia statistica complessiva del sistema calcistico italiano; la seconda riprende e aggiorna alcuni dei principali indicatori per evidenziarne le criticità economiche e strutturali. È da questi documenti che emergono, tra gli altri, i dati sull’incidenza del costo del lavoro sul valore della produzione: 52% in Serie A, 82% in Serie B e 89% in Serie C.
  • Il Post – approfondimenti sulla crisi del calcio italiano dopo la mancata qualificazione ai Mondiali 2026 – una serie di analisi che ricostruiscono le difficoltà della Nazionale senza ridurle a una sola causa, mettendo insieme sostenibilità economica, qualità tecnica, giovani, stadi e funzionamento dei campionati.
  • Il Foglio – “I club calcistici italiani valgono ma non guardano al lungo periodo” – un approfondimento sulla difficoltà delle società italiane a trasformare spesa e valore economico in programmazione, crescita patrimoniale e competitività di lungo periodo.



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